Separazione consensuale: come funziona, quanto dura e da cosa dipendono i costi

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Separazione consensuale: differenze con la giudiziale, cosa deve contenere l'accordo, quanto dura, da cosa dipendono i costi e cosa cambia se c'è un'azienda.

Settembre è il mese in cui in Italia si decide di separarsi. Non perché le crisi nascano ad agosto, ma perché le vacanze sono l’ultima verifica: si rientra, si riprende la routine, e quello che si era rimandato a giugno torna sul tavolo.

Chi arriva a questo punto ha quasi sempre già fatto la parte difficile. Quello che manca è capire come funziona davvero: quali passaggi, quanto durano, da cosa dipende quanto si spende, e cosa succede ai figli, alla casa e — se c’è — all’azienda.

Consensuale o giudiziale: la scelta che decide tutto il resto

È il primo bivio ed è quello che determina tempi, costi e clima dei mesi successivi.

La separazione consensuale presuppone che i coniugi trovino un accordo su tutto: dove vivranno i figli, come si divideranno il tempo con loro, chi resta nella casa familiare, se e quanto si versa a titolo di mantenimento. Il giudice non decide: verifica che l’accordo non pregiudichi i figli e lo rende efficace.

La separazione giudiziale è ciò che accade quando quell’accordo non c’è. Si apre un procedimento contenzioso, ciascuno porta le proprie ragioni e le proprie prove, e decide il tribunale.

La differenza non è formale. La stessa identica situazione — stessi redditi, stessi figli, stessa casa — può risolversi in pochi mesi o durare anni, a seconda di quanto si riesce a costruire prima di entrare in aula. Ed è la ragione per cui, quando riceviamo una persona che ha già deciso di separarsi, la prima domanda che ci facciamo non è “che ragioni abbiamo”, ma “quanto è raggiungibile un accordo, e a quali condizioni”.

Va detta anche la cosa scomoda: la consensuale non è sempre la scelta giusta. Se una delle due parti nasconde redditi, ha spostato patrimonio o esercita pressione sull’altra, un accordo raggiunto in quelle condizioni è un accordo cattivo. In quei casi il tribunale ha strumenti di accertamento che la trattativa non ha, e usarli è la scelta corretta.

Cosa deve contenere l’accordo

Un accordo di separazione non è una dichiarazione d’intenti. È un documento che regolerà la vita quotidiana di una famiglia per anni, e i punti da coprire sono sempre gli stessi:

  • I figli: con quale genitore vivranno in modo prevalente, come si organizzano i tempi con l’altro, come si prendono le decisioni importanti — scuola, salute, residenza.
  • Il mantenimento dei figli: l’importo, la data di versamento, il criterio di aggiornamento nel tempo, e soprattutto come si dividono le spese straordinarie. È il punto che genera più contenzioso dopo, ed è quello che quasi tutti liquidano con una riga.
  • L’eventuale assegno al coniuge, che segue logiche diverse da quello per i figli.
  • La casa familiare: a chi viene assegnata, e cosa succede a mutuo e spese.
  • Il resto del patrimonio: conti, veicoli, immobili, e le eventuali partecipazioni societarie.

Le due strade per formalizzarla

Una volta trovato l’accordo, ci sono due modi per dargli valore legale.

Il ricorso congiunto al tribunale è la strada classica: i coniugi depositano insieme l’accordo, il tribunale lo esamina e lo rende efficace.

La negoziazione assistita è l’alternativa: i coniugi raggiungono l’accordo ciascuno con il proprio avvocato, senza udienze. L’accordo viene poi trasmesso alla Procura per il controllo e produce gli stessi effetti.

La seconda è mediamente più rapida e meno esposta ai tempi del tribunale. Funziona però solo se il quadro economico è trasparente da entrambe le parti: se c’è opacità sui redditi o sul patrimonio, la mancanza di poteri istruttori diventa un limite, non un vantaggio.

Quanto dura

Una separazione consensuale ben preparata si chiude in pochi mesi. Ma la variabile che pesa di più non è il tribunale: è quanto tempo serve ai coniugi per convergere sull’accordo.

Nella nostra esperienza il tempo si consuma quasi tutto prima del deposito, nella fase in cui si discutono le spese straordinarie dei figli e la sorte della casa. Le pratiche che si chiudono in fretta sono quelle in cui, al primo incontro, entrambi arrivano con una fotografia onesta della propria situazione economica.

Da cosa dipende quanto costa

Non esiste un prezzo di listino, e diffidare di chi ne annuncia uno prima di aver visto la situazione è un buon istinto. Il costo dipende da fattori concreti:

  • Un avvocato o due. Nella consensuale davanti al tribunale i coniugi possono essere assistiti da un unico legale; nella negoziazione assistita ciascuno deve avere il proprio. Sono due strutture di costo diverse.
  • Quanto è già stato concordato. Chi arriva con i punti principali già definiti paga la formalizzazione. Chi arriva con un conflitto aperto paga anche la trattativa, che è la parte lunga.
  • La complessità patrimoniale. Due stipendi e un appartamento in comproprietà sono una cosa. Un’impresa familiare, immobili in più intestazioni o quote societarie sono un’altra.
  • Le spese vive del procedimento, contributo unificato e bolli, che sono fissate per legge e sono le stesse per tutti.

Quello che si può chiedere a chiunque, prima di conferire l’incarico, è un preventivo scritto che distingua le voci. È un diritto, ed è anche il modo più rapido per capire con chi si ha a che fare.

Dal 2023 separazione e divorzio si chiedono insieme

È il cambiamento più utile degli ultimi anni e molte persone ancora non lo sanno.

Prima servivano due procedimenti distinti, con due attese. Oggi separazione e divorzio possono essere domandati nello stesso procedimento: il divorzio viene pronunciato una volta maturato il periodo di separazione previsto dalla legge — sei mesi dalla consensuale, dodici dalla giudiziale.

Chi si separa oggi, in altre parole, può impostare fin da subito anche l’uscita definitiva, invece di ricominciare da capo l’anno dopo.

Se c’è un’azienda, la separazione non è solo diritto di famiglia

È il punto in cui vediamo più danni, e quasi sempre fatti in buona fede.

Le quote di una società cadute in comunione legale, un’impresa familiare, un socio che diventa ex coniuge: sono situazioni in cui un accordo scritto guardando solo alla famiglia può bloccare l’azienda per anni — o consegnare a un ex coniuge un potere di veto che nessuno aveva previsto di dargli.

Sono casi che vanno impostati insieme a chi si occupa di diritto societario, guardando allo statuto e agli eventuali accordi tra soci prima di firmare, non dopo.

L’accordo non è per sempre

Un timore ricorrente è di restare incastrati in condizioni che tra cinque anni non avranno più senso. Non è così: le condizioni della separazione si possono modificare quando cambiano in modo rilevante i redditi, le residenze o le esigenze dei figli.

Non è un fallimento dell’accordo iniziale. È manutenzione, ed è previsto.

Da dove partire

Tre domande a cui conviene arrivare con una risposta:

  • Qual è il quadro economico reale di entrambi — redditi, debiti, mutuo, proprietà?
  • Sui figli, su cosa siete già d’accordo e su cosa no? La distanza vera è quasi sempre più piccola di come appare durante una discussione.
  • Nel patrimonio ci sono quote societarie, un’attività o beni cointestati con terzi?

Approfondimenti

Vuoi capire quale strada ha senso nella tua situazione? Scrivici — bastano poche righe sulla situazione, e ti diciamo quali opzioni hai e con quali tempi. L’area è seguita dall’Avv. Elio Viola, dalle sedi di Perugia, Milano e Monza.

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